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    Intelligenti pauca

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    http://miojob.repubblica.it/notizie-e-servizi/notizie/dettaglio/i-laureati-pagano-la-recessione-gi-le-richieste-delle-imprese/3589488

    Qual è l'intelligenza richiesta oggi dal mercato?

    La valutazione, e dunque il peso economico dell'intelligenza, è certamente legata al suo valore d'uso, cioè al bisogno del mercato. Se ieri, diciamo negli anni '80-'90, in pieno boom del (discutibile) mito del manager, le doti richieste sul mercato erano grintosità, spregiudicatezza, decisionalità e resistenza allo stress, in anni recenti sono emersi sul campo ben altri standard dell'intelligenza.

    Ricordate il valore assunto all'improvviso nel curriculum, appena dieci anni fa, dalla conoscenza web? Esplodeva la tecnologia e ovviamente servivano nuove competenze: l'intelligenza informatica. A poco a poco, visto che con i computer abbiamo preso tutti confidenza, si è creato un bisogno diverso, diciamo di nuova umanità.

    Per bilanciare il pericolo di professionisti troppo rigidi e computerizzati, dalla mente troppo schematica e bipolare, i guru aziendali hanno trovato una soluzione nuovissima, cioè la più antica: la filosofia. Come scardinare, si sono detti, il dualismo tipico del web e il relativo pensiero bipolare che governa ogni opzione sul web? Come inoculare nel manager macchinizzato il germe sano del dubbio, del forse, della ricerca sulla terza via?

    E' nata così la mitografia del pensiero trasversale, quello che taglia le categorie a metà e le attraversa e scavalca in modo nuovo. E' nata così, appunto, la (ri)scoperta della filosofia, in omaggio alla quale interi stuoli di dipendenti sbigottiti e inermi sono stati sottoposti per mesi a terapie cruente a base di Socrate e Platone, nonchè a iniezioni virtuali della metafisica Kantiana e del diritto secondo Hobbes. Il tutto a garantire un uso terapeutico della filosofia con benefiche ricadute sul rendimento. Contro il pericolo della disumanizzazione intellettiva è stato riedificato il valore dell'intelligenza umanistica, capace - secondo i suoi lodevoli sostenitori - di consentire un approccio più aperto e profondo persino ai probemi più tecnici e scientifici.

    Perchè poi, nonostante questo, i laureati in Lettere e Filosofia restino più  a lungo degli altri precari e disoccupati è però sempre un mistero.

    L'anno che verrà

    Miei cari amici, compagni di viaggio tre le multistrade della blogosfera, vicini geograficamente o per comune sentire, vorrei tanto augurarvi un anno felice, un anno di serenità e prosperità e tutte quelle belle cose che si augurano di rito ogni fine anno: frasi fatte e auguri standard da copia-incolla da distribuire a tutti voi. Ma sinceramente sono un po' stufa di vacue smancerie e delle solite formalità. Ma soprattutto di fingere una leggerezza che non provo perchè non c'è, almeno nel mio sentire.

    Non sono triste né pessimista ma vero è che tra guerre in corso, crisi economica e situazione politica del nostro paese non c’è molto da stare allegri. Ma finchè c’è la salute…

    Non è più tempo di manna dal cielo o di inutili parole pro o contro qualcuno o qualcosa. Ognuno di noi, nel suo piccolo o nel suo grande che sia, deve sforzarsi di rendere le cose migliori. Rimbocchiamoci dunque le maniche per diventare protagonisti e non spettatori della società e della nostra vita. E andiamo avanti con serenità e fiducia.

    Questo è l'unico augurio di buon anno che mi sento di fare a me stessa e a tutti voi. Vi voglio bene

    FA-O NON FA?

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    Finalmente si torna a parlare della fame nel mondo. Ok, ma quando si mangia?

    Dalla passerella della maison FAO hanno sfilato le grandi griffe mondiali.

    Il nostro amatissimo (?) papa, nella persona del cardinal Bertone,  ha presentato la collezione Fate la Carità in ossequio a un vangelico principio per il quale bisogna dare da mangiare agli affamati. E contemporaneamente ha ottemperato al principio correlato secondo cui bisogna anche dare da bere agli assetati. Nel senso che ancora una volta c'hanno provato con le parole a darla da bere al mondo intero.

    La maison Italia, unica nazione a fare sfilare una modella al di sotto del metro e cinquanta, ha  presentato la collezione Fatti e non Parole. Della serie Armiamoci e Partite perchè io non c'ho un euro bucato.

    La maison Iran, con il suo fascinoso Ahmadinejad, ha presentato una versione classica del burka Faidate che dovrebbe in pochissimo tempo fare chiudere definitivamente la maison Israele. Il fichissimo Ahmadinejad ha tenuto a precisare comunque di voler molto bene agli italiani... (meno male! n.d.r.)

    Al termine della proficua mattinata ai convenuti è stato offerto un pranzo spartano a base di aragoste, caviale, ostriche e champagne.

    La fame altrui può attendere

    Magia di un Teatro

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    Il fascino del teatro è l'irripetibilità: irripetibilità delle gestualità nello spazio scenico, delle intonazioni vocali, delle interpunzioni. Un dato che è insieme l'eccezionalità dell'evento teatrale e insieme, purtroppo, la caratteristica che fa del teatro un'esperienza più raccontata che vissuta.
    Da quando invece l'uomo ha scoperto come fissare le immagini, con la nascita del cinema e con le applicazioni di quella rivoluzionaria invenzione, si è via via costituito un repertorio che è utilissimo, fondamentale e insostituibile archivio per raccontare la storia del teatro contemporaneo e la sua continua evoluzione.
    Però il prodotto finito, la ripresa documentaristica di uno spettacolo ci consente di riviverne lo spirito, di poter ritrovare il lavoro del regista e degli interpreti, dello scenografo, di ammirare i costumi...ma ancora una volta la cristallizzazione è a favore di quella replica, di quella giornata nel corso della quale è stato filmato lo spettacolo che non sarà mai più identico a quel momento particolare. Insomma l'esperienza teatrale ha bisogno di dati che sommandosi in gran misura tendono a completarne il resoconto.
    A Siracusa, da maggio a giugno, vengono allestite nell’antica cavea del Teatro Greco, le tragedie di Eschilo, Euripide e Sofocle. Quest’anno si recita la trilogia Orestea, di Eschilo costituita da Agamennone, Coefore, Eumenidi. Nel 1960 l’INDA, l’Istituto che gestisce le rappresentazioni classiche, ne commissionò, su richiesta di Vittorio Gassman che avrebbe interpretato Agamennone, la traduzione a Pier Polo Pasolini. La versione costituì una drastica rottura con i modelli di traduzione adottati nelle precendenti rappresentazioni siracusane.
    Mi sono gettato sul testo, a divorarmelo come una belva, in pace: un cane sull’osso, uno stupendo osso carico di carne magra, stretto tra le zampe, a proteggerlo contro un infimo campo visivo. Con la brutalità dell’istinto mi sono disposto intorno alla macchina da scrivere i tre testi… 
    Ho fatto quello che l’istinto mi diceva: sceglievo il testo e l’interpretazione che mi piaceva di più. Peggio di così non potevo comportarmi”. (P.P. Pasolini)

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    Il teatro greco è luogo di magia, affascina attori e spettatori, coinvolti nel viaggio della finzione scenica. Il racconto del mito rivive nei nuovi allestimenti, testimonianza ancora oggi di una storia che conserva intatta le sue suggestioni. Un appuntamento annuale che fin dal 1914 si ripropone puntualmente e che ha visto susseguirsi i migliori attori, registi, traduttori e scenografi che il Teatro italiano abbia prodotto. Anche quest’anno Siracusa ospiterà nel suo suggestivo teatro migliaia di spettatori ai quali propone, attraverso l’eterna vitalità e attualità del dramma greco, in un diretto, immediato corale dialogo, i temi più angosciosi che in ogni epoca hanno turbato lo spirito umano.
    In forme e modi diversi, l'esperienza di trovare nei classici un insegnamento valido per il nostro tempo, è comune tanto allo specialista quanto al lettore comune. Come ricorda George Steiner, le parole e le immagini di Omero, Eschilo o Sofocle, non ci appaioni affatto inafferrabili o arcaiche, ma "ci colpiscono come sorprendentemente pertinenti, perchè adombrano, simboleggiano ed esprimono senza veli la nostra condizione presente... La sopravvivenza dell'Ellade è dovuta a questa esperienza sempre rinnovata di immediatezza, alla necessità, provata ripetutamente, di assimilare l'antico al moderno". Ecco perchè per Sartre, come per il Living Teathre, durante la guerra d'Algeria e quella del Vietnam, figure come quelle di Andromaca, di Ecuba o delle troiane, hanno fornito un codice di validità universale.
    Anno dopo anno, nel fluire dei secoli, le rappresentazioni classiche di Siracusa presentano, oggi come ieri, le maschere dell'animo. I suoni, la luce, i simboli, raccontano la complessità degli uomini e degli dei, la nostra storia, la storia dell'umanità. Le forme della classicità si collocano dentro un orizzonte temporale e al tempo stesso rivelano in ogni epoca la dimensione di un paradigma ideale. Le espressioni del tragico, che il mondo greco ci ha tramandato, indicano nei limiti della natura umana, la cifra fondamentale della nostra esistenza.

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    Con la trilogia di Oreste si celebra il passaggio da un modello di società tribale, governato da rapporti di sangue, a quella della legalità dove la giustizia è stabilita dalle regole e dai cittadini. La rappresentazione dell’Orestiade, infatti, apre il dibattito su un tema attualissimo e particolarmente significativo in relazione alle battaglie intraprese per ristabilire con forza la legalità in questa travagliata terra. Il rapporto giustizia-vendetta trattato da Eschilo ci riporta alle cronache giudiziarie dei giorni nostri, ai problemi ancora non risolti come la Mafia e la sua “etica” , alla figura dell’uomo d’onore, determinato a vendicarsi con le regole tribali del sangue e non della giustizia.

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    BUON 2008

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    BUON ANNO A TUTTI

     

    a chi vorrebbe ma non osa

    a chi osa ma poi non vuole più

    a chi non osa e aspetta un miracolo

    a chi vuole ma è sfigato

    a chi non sa cosa vuole ma cerca tutta la vita

    a questa varia umanità

    ... e anche a me!

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    Ma l'intelligenza fa rima con pazienza?

     

     

     

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    Anche se tutti , chissà perchè, ci riteniamo più intelligenti di quello che siamo, spesso ci chiediamo perplessi: ma che cos'è l'intelligenza?Tizio è davvero intelligente o non piuttosto furbo, astuto, veloce nel pensiero?
    In effetti i furbi appaiono spesso intelligenti, ma se è vero che l'astuzia, in quanto pensiero efficace, è parte dell'intelligenza, è anche vero che non la rappresenta interamente.
    La storia infatti è piena di geni privi del tutto di furbizia, anzi decisamente ingenui e persino lenti e goffi in certi processi mentali o sociali, e i grandi scrittori  - tranne gli esemplari della tipologia dannunziana, specialisti dell'automarketing - sono solitamente tipi molto introspettivi, dilemmatici, e quindi inclini al pensiero lento e accidentato, del tutto libero e indiretto, che è l'esatto contrario del pensiero mirato e diretto, cioè strategico dei furbi.
    Diciamo pure che l'intelligenza, come la bellezza, soggiace un po' al gusto del tempo, alla domanda e al mercato. Negli anni '80 - '90, con l'avanzata ingombrante del modello yuppie, cioè il carrierista rampante, edonista e conformista, si affermò un modello di intelligenza - promosso e suffragato da cataste di manuali e saggi - decisamente tecnico e pragmatico, diciamo "produttivo".
    C'era dietro una filosofia del profitto e della competitività non secondaria.
    Basta dare un'occhiata a quei manuali per farsi un'idea delle qualità richieste all'aspirante manager alle prese con un colloquio di assunzione: "mostrati grintoso, deciso, determinato, guarda dritto negli occhi il dirigente e non giocherellare con la cravatta o l'accendino. Sei lì per vincere, per fare vincere, perchè credi nell'azienda e ti piace il lavoro di equipe. Sai ascoltare ma sai anche parlare ma attento a non parlare troppo, perchè la verbosità può risultare invasiva e fa perdere tempo e il tempo è un bene prezioso da investire e capitalizzare, è risorsa e dunque denaro.
    Che hai capito? Non mostrarti nevrotico e frettoloso ma disinvolto e sereno e sicuro di te. Mostrati completo, capace di apprezzare gli agi ma non pigro e di amare musica e sport, ma non apparire troppo creativo e fantasioso perchè allarma e disturba.
    Sii elegante, educato e non impulsivo, mostra un cervello organizzato ed efficiente, ben mappato e funzionale, disciplinato e puntuale"
    E oggi funziona ancora così?
    Gli scienziati dicono di no ma tu sii disciplinato e puntuale lo stesso, hai visto mai che si realizza un'inversione di tendenza!

    Tu come stai?

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    La scena è frequente, anzi banale.
    Incontri un conoscente e fai la domanda più ovvia e innocua: come va?
    Se non è un amico e soprattutto se hai fretta, vuoi solo una risposta veloce e sintetica: tutto bene grazie.
    Però non sempre funziona. A volte la persona, come se non aspettasse altro, anzichè risponderti con la formula standard più socialmente condivisa, ti fa uno scherzo diabolico e comincia a parlarti dei suoi problemi intestinali, del suocero malato, dell'umidità in salotto e del figlio che litiga col suo prof. Insomma risponde veramente alla tua domanda, del resto non avevi chiesto come va?
    Già ma si dice tanto per dire. Se non è un'amica ma una persona che conosci appena di vista e non c'è mai stato alcun rapporto, sei sopraffatta da un unico, forse ignobile primordiale sentimento: fastidio.
    Ti dici che non è cristiano, che è giusto ascoltare, confortare, al limite consigliare. Ti sforzi di non pensare a quei minuti infiniti rubati al tuo tempo, uno per uno con efferato sadismo, insomma ti forzi e ascolti con pazienza. Poi a un certo punto, come per caso o per fatalità, ti sorprendi a dire "anch'io ne ho sofferto, anzi il medico mi ha detto che..." Non puoi finire la frase perchè il tuo interlocutore improvvisamente tronca lì e riprende il suo discorso, poi ti saluta perchè s'è fatto tardi e deve andare. Non gliene frega niente delle tue cose, voleva solo parlarti delle sue.
    E' così che ho capito che spesso parliamo per ascoltarci, per sfogarci, e non per dialogare o per sentire pareri o solidarietà. 
    Se incontrate uno di questi tipi pericolosi, ossessivi e monologanti, che vuol fare di voi un fumatore passivo di angosce nere e fumose, prevenite. Per non offendere o ferire, basta formulare diversamente la domanda: come va, tutto bene. Usando però l'accortezza di non mettere il punto interrogativo e intanto, a metà frase, allontanarsi muovendo la mano per aria.  Particolare importantissimo quello di non offrire la mano, altrimenti l'assediante l'afferra al volo e non ve la molla più.

    Ho male nel ventunesimo dito

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    A me è venuta voglia di leggere Cristicchi, "il cantastorie fra i matti" che ha vinto Sanremo. I matti, lui scrive, sono una meravigliosa imperfezione, uno stupendo sbaglio di Dio, dei santi silenziosi. 

    Questo libro di Cristicchi "Centro di igiene mentale" mi piace perchè oltre a raccontare storie vere e rielaborate, riporta lettere autentiche, scritte e mai spedite nel secolo scorso dai pazienti del manicomio di Volterra.
     
    Carissimi, vi scrivo per farvi sapere che di salute sto bene, come pure di testa e di tutto il personale. Se voi non ci credete allora ve lo direi io dove ho un po' di male. Sapete dove? Nel ventunesimo dito...          Baci Ezelino
     
    Non erano lettere qualsiasi, scritte tanto per,  scritte per noia, per ingannare il tempo. Erano lettere di gente reclusa che scriveva per chiedere ascolto, per invocare amore, libertà o almeno un ricordo. Per dire al mondo che esistevano, che erano lì ad aspettare.
    Perchè non furono mai recapitate ai destinatari?
    Perchè come recitava il regolamento agli infermieri non è consentito portar fuori senza ordine lettere, notizie, saluti degli ammalati.
    Pertanto tutte le lettere dei pazienti, scritte con mano incerta, piene di macchie e cancellature, consegnate con tremori e speranze agli infermieri perchè le mandassero ai familiari, venivano sistematicamente allegate alla cartella clinica del malato e chiuse per sempre nell'armadio della direzione.
    Questo avveniva prima della riforma Basaglia quando il malato di mente doveva essere isolato dalla società e reso inoffensivo in tutti i modi, non solo per non nuocere più, ma per consentire alla stessa società di dimenticare la pazzia. Per allontanarla da sè, dalla propria mente , dal proprio itinerario.
    Del libro non ho apprezzato l'enfasi con la quale Cristicchi  descrive i malati di mente,  nella loro instabile eroicità, nella convulsa grandezza, nella creatività grandiosa di certe loro manie. Descrivendoli come creature magiche e incomprese, artisti mancati e visionari secondo me  sbagliamo ancora. Li rendiamo sempre più diversi, speciali e ricadiamo nella prospettiva estetizzante, nell'ossessione del confine, nella definizione che li allontana e dunque ci rassicura.
     
     

    Basta una formula e oplà arriva la felicità

     

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    Ogni tanto gli  scienziati scoprono cose che sappiamo tutti ma siccome le espongono in modo scientifico ed eclatante ci sembrano nuove e quasi ci fanno gridare al miracolo.
    Stavolta poi non ci sono termini difficili a enfatizzare il tutto, ma addirittura - sommo stupore - una formula.
    Udite udite: la formula della felicità!
    H=S+C+V dove H sta per happiness, S è il setpoint biologico (traduco per il colto e l'inclito: corredo genetico), C è la condizione di vita e V la volontà.
    Alcuni studiosi di Psicologia positiva dunque ci confortano ancora una volta come già Seneca, Orazio e Socrate: la felicità è una questione tutta interiore e somiglia a una luce, a un'attitudine o a un talento e dunque non proviene dai soldi nè dal successo.
    Forse aiutano la cultura o l'intelligenza? Macchè. L'intelligenza, l'acutezza e la cultura saranno un bene importante ma non predispongono alla felicità. Semmai generano dubbi sulla stessa, dunque dilemmi e macerazioni.
    Quello che rende inclini alla gioia, cioè ottimisti e generalmente sereni è un mix prodotto dalla salute del corpo, dalle condizioni quotidiane e dalle nostre stesse relazioni.
    Tutto qui? E ci volevano gli scienziati per scoprirlo?
    Sarà ma c'è un dato nuovo, che al di là della formula fa la differenza, cioè il fattore genetico, che al 60 per cento crea le premesse per il gradimento della nostra vita.
    Insomma, mettendo da parte l'involontario e non modificabile Dna, possiamo lavorare con metodo sul restante 40 per cento.
    Come?
    Innanzitutto levatevi dalla testa che la colpa del vostro malcontento anneghi in quelle trite e contrite vicende della vostra infanzia, perchè - dicono gli studiosi - questa noiosissima storia dell'infanzia infelice è spesso un archivio abusato e fantastico reinventato quando si è già adulti e che non ha alcun valore. Inutile regredire al passato, semmai è molto più proficuo lavorare sul presente e interrogarsi sulla qualità delle nostre realzioni con gli altri e sul nostro rapporto con noi stessi.
    La felicità, o meglio il benessere, categoria meno spirituale e quindi  più facile da definire, si può raggiungere con la volontà e l'esercizio tenendo d'occhio con sano pragmatismo anche la fisiologia, visto che una bella dormita o un bel pranzo producono una benefica propensione alla gioia.
    Per il resto, gli esperti consigliano qualche buona dose di silenzio giornaliero, di riposo e di creatività.
    Non mi dite che lo sapevate già!
     
     

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    Umana-mente parlando

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    L'umana mente, si dice, è il prodotto più nobile della creazione.
    L'intelletto medio, però, è più un intelletto incantevole che nobile. Se fosse stato nobile saremmo esseri completamente razionali, senza peccati, senza debolezze, senza aberrazioni.
    Avessimo tutti un cervello perfetto, non ci accadrebbe di dover prendere nuove decisioni a ogni Capodanno. Invece ci succede che quando riandiamo alle decisioni di quello passato ci accorgiamo di averne mantenute un terzo, di averne lasciate incompiute un altro terzo, e per il terzo rimanente non ci ricordiamo più cosa diavolo fosse. 
    Consideriamo l'evoluzione della mente umana. Originariamente era un organo per avvertire il pericolo e preservare la vita. Che questa mente potesse , eventualmente, arrivare ad apprezzare la logica o un' esatta equazione matematica, la considero una mera accidentalità. La mente è stata creata per annusare il cibo e se, dopo averlo annusato, riesce pure ad annusare una formula matematica astratta, tanto meglio.
    Intendo dire che ogniqualvolta il cervello si dissocia dalla realtà percettiva e si rifugia nella realtà concettuale, diventa devitalizzato, disumanizzato e degenerato.
    L'intelletto umano è affascinante nelle sue irragionevolezze, nei suoi pregiudizi inveterati, nella sua imprevedibilità e capricciosità. Siamo simpatici nelle nostre follie, nei nostri divertimenti festivi, nella nostra bigotteria e nella nostra negligenza. L'umana fragilità, insomma, è l'intima essenza del colore della vita.
    Sono un'antintellettuale? No, diffido della santità e i santi senza peccato non mi interessano.
     
     
     

    Lei non sa chi sono io!

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    Peccatori di serietà, chi più chi meno, lo siamo tutti.

    E non soltanto ci prendiamo fortemente sul serio, ma difendiamo come valore inalienabile quella seriosità.

    Ne parlavo con due amiche: non sarebbe meglio un tanto di umorismo almeno nel trattare noi stesse? Pensavo di essere più che appoggiata. Macchè, pur essendo loro due donne che non mancano certo di umorismo, mi sono saltate in testa. La loro tesi tanto logica quanto pericolosa è molto netta: se non ti prendi tu sul serio non verrai presa sul serio neanche dagli altri, anzi penseranno che se non accordi serietà a te stessa tanto meno la accorderai a loro. Prova a far carriera nel mondo universitario avendo un pizzico, ma proprio un pizzico, di scanzonatezza; prova a essere accettata in un ambiente borghese ironizzando sui sacri valori della famiglia, dell'economia, dell'ordine; prova a non sentirti padreterno quando dirigi una banca e vedi un po' in che considerazione ti terranno i sottoposti.

    Sarà, ma la tesi è pericolosa perchè confonde il fare col prendersi. Un discorso è lavorare, pensare, persino giocare seriamente, un altro è prendere se stessi sul serio.

    Le mie amiche parlavano di far carriera all'università, è vero bisogna essere seri al confine del ridicolo per piacere ai colleghi, ma per gli studenti? Chi sarà il docente che li condurrà al piacere dello studio?Quello tutto d'un pezzo che non accenna a un sorriso o a una battuta neppure sotto tortura o quello che si dimenticherà persino di se stesso per raccontare l'infelice amore di Catullo per Lesbia?

    A riprova di ciò, non ricordo di aver incontrato nessuna persona di grande valore che si prendesse sul serio. Sono quelli che sanno di valere poco che hanno bisogno di riempirsi le tasche d'incenso. Sono quelli che arrivano alle alte sfere con mezzi diversi da quelli del merito che ricorrono al "lei non sa chi sono io". Sono soprattutto quelli che hanno paura, che non possono ridere.

    Al di là della carriera e del teatro sociale, poi c'è la vita: quella "cosa" che ci accompagna dal mattino alla sera e che avrà gli occhi che noi le diamo. Cupi o ridenti, contratti o dilatati. Seri, preoccupati, morbidi, lucidi, allegri. In  quella "cosa" lì, sono sicura, vale la pena di prendersi poco sul serio. Possibilmente nulla. Anche perchè succede uno strano fenomeno a seriorizzarsi: alla fine si seriorizza tutto. E' serio il funerale, ma anche il battesimo. E' seria la riunione aziendale ma anche la cena con gli amici... Si comincia a vedere serio, si finisce con l'animo tragico.

    Io continuo a pensare che non siamo nati per soffrire, fosse solo perchè nei dintorni può passare un bambino che vuole attraversare la vita a passo di danza, e sarebbe terribile legargli i piedi.

    significati e significanti

     

     

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    Come ingannano le parole!

    Si sposano con un significato e oplà diventano negative  o positive per la vita.

    Bella la ragione, l'intelligenza, la fedeltà, l'amore... 
    Così belli che è persino difficile vederne le conseguenze nefaste  in certi casi. Per amore si può sparare, in nome della ragione si può diventare impietosi. Fedeli si può esserlo a un'organizzazione criminale. E Dio ci scampi da qualche intelligenza luciferina.
    Sulla parola "morbido" in molti siamo pronti a giurare che si tratti di un qualcosa di delizioso.
    Ma il filologo avverte: "Morbido da morbo, malattia". E in effetti non sempre la morbidezza è "morbida". Sessuologi e impotenti lo sanno bene.
    Molto più frequenti, tuttavia, le parole che nell'uso corrente si rivestono di valore negativo: finzione, viltà, sporcizia, tradimento... Fra questi termini mi interessa, in particolare, il "problema".
    Essere pieno di problemi, assillato da un problema, situazione problematica... riescono a rendere talmente efficace il concetto di negativo che il "senza problemi" sembra essere la situazione paradisiaca cui aspirare.
    Eppure, nonostante il significato negativo, a me i problemi continuano a piacere.
    Quante volte mi sono socraticamente chiesta : che cos'è, che cos'è l'arte, il tempo, lo spazio?
    La caccia alle risposte ha svolto sempre più di una funzione. Innanzitutto, quella immediata di distrarmi, e a volte di sottrarmi a certe contingenze della vita che avrebbero rischiato di trasformarsi in enormi "problemacci".
    A lungo termine poi, l'abitudine contratta a distingure domande ben formulate e procedure corrette di analisi da quelle senza risposta, ha un po' invaso tutto il mio mondo. I problemi, per così dire, raffinati scacciano gli altri o comunque ci fanno sentire più nobili e intelligenti anche quando la soluzione non si trova. Anzi, è in quel cercare difficile che ci si sente rinvigoriti. E non a caso più di un matematico ha passato giorni e notti a cercare il sistema per vincere alla roulette o a trovare qual è l'ultimo numero.
    Ma come si fa a occuparsi di spazio e tempo quando si vive in due camere e cucina e lo stipendio non dura l'arco di un mese?  Come si fa ad arrovellarsi sui massimi sistemi quando il quotidiano preme urgentemente nella nostra vita? Questi sono problemi di chi non ha problemi. 
    Ovvie obiezioni.
    E mi viene da pensare alla Settimana Enigmistica: il luogo dei problemi solubili e soddisfacenti che ha un'attrattiva per tutti. Prova ne sia che è uno dei giornali più venduti.
    Finchè si è immersi in un problema che ci si è dato, nulla e nessuno può farci troppo male. Finchè un problema ci arrovella, la noia non può comparire e neanche fare timido capolino.
    Le parole ingannano, ma anche aiutano.
    Sapete cosa dice il dizionario alla parola problema? "Lanciare avanti"
    E quindi procediamo, perchè solo chi si ferma è perduto.
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     

    caso-mai

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    Il mantello del passato è fatto con il tessuto delle emozioni della nostra vita e cucito con i fili enigmatici del tempo.
    In genere non possiamo fare altro che avvolgerlo attorno alle spalle per trarne conforto, o trascinarcelo dietro mentre ci sforziamo di proseguire il nostro cammino.
    Ma tutto ha una causa e un senso.
    Ogni vita, ogni amore, ogni azione, ogni emozione e pensiero hanno una ragione e un significato.
    E a volte riusciamo a vederli.
    A volte vediamo il passato con tale chiarezza, e le parti che lo compongono ci appaiono con tale limpidezza che ogni cucitura del tempo rivela il suo scopo, il messaggio che contiene.
    Nella vita di ognuno di noi - poco importa che sia vissuta nell'abbondanza o nella miseria - nulla porta più conoscenza del fallimento, e più chiarezza del dolore.
    E nella minuscola, preziosa saggezza che otteniamo, quei nemici temuti e odiati - dolore e fallimento - hanno diritto e ragione di esistere.
     
     
     
     

    All'Ombra dell'Uomo

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     Nell'unico romanzo di Oscar Wilde, Il ritratto di Dorian Gray, il personaggio principale, Dorian, è un giovane bello e vanitoso che vive nell'Inghilterra del XIX secolo. Un giorno scopre un quadro che lo ritrae in tutta la sua bellezza e perfezione. All'improvviso sente il desiderio di rimanere sempre giovane e bello, senza che gli anni o i difetti possano rovinarlo. Decide allora di stringere un patto con il diavolo: a partire da quel momento tutti i segni dell'età e della decadenza, prova lampante della sua bramosia e crudeltà, non compariranno sul suo viso, ma sul quadro che viene nascosto per impedire che qualcuno possa vederlo. Di tanto in tanto però Dorian non resiste alla tentazione di andare a dargli un'occhiata, scoprendo così che il giovane viso del ritratto diventa sempre più ripugnante.
     
     Tutti noi siamo come Dorian Gray.
    Agli occhi del mondo vogliamo apparire con un viso bello e innocente, con modi affabili e gentili, con un'espressione giovanile e intelligente. Di contro respingiamo tutte le qualità che non si addicono a quest'immagine, che non accrescono la nostra autostima e di cui non siamo orgogliosi, ma che, al contrario ci fanno provare vergogna e ci creano sensi di frustrazione.
    Tutti i sentimenti che possono suscitare imbarazzo e tutti i comportamenti che sono condannati dalla società vengono spinti nell'oscurità della caverna del nostro inconscio. Alla fine, come nel caso di Dorian Gray, queste qualità acquistano una loro autonomia, dando vita a un gemello invisibile che ci vive accanto, ma che è talmente diverso da quello che conosciamo da sembrarci un estraneo. Questo estraneo è parte di noi stessi pur non facendone parte e quando compare è come un ospite indesiderato che ci lascia con un senso di vergogna e persino di umiliazione. In questi casi la maschera con cui ci mostriamo al mondo viene strappata, lasciando intravedere la faccia che vogliamo tenere nascosta.
    Il gemello estraneo è noto in psicologia come l'Ombra.
    Incontrare la nostra Ombra è un'esperienza inquietante perchè lascia dei buchi nella nostra maschera, ci fa agire in modo irrazionale, ci fa provare un senso di vergogna e di conseguente rifiuto. Si manifesta in modo indiretto, attraverso un atteggiamento scontroso, o in modo compulsivo attraverso una qualsiasi forma di dipendenza. Ed è proprio per questo che dobbiamo imparare a riconoscere l'Ombra in tutte le sue manifestazioni e affinare i nostri sensi per essere attenti quando erompe. Ma è impensabile, quanto devastante, tentare di sopprimerla perchè essa è come il lato oscuro della Luna: una zona buia. Non un problema da risolvere o una malattia da curare.
    Vedere la propria Ombra, riuscire a incontrarla, diventa un'iniziazione verso la sfaccettata complessità della natura umana e le feconde profondità dell'animo umano.
    Impariamo a guardare le cose nascoste, a vivere con la consapevolezza del lato luminoso e di quello oscuro, lasciando la vetta per scendere a valle, rinunciando all'aria rarefatta dell'alta quota per sprofondare negli abissi, dove tutto è buio e denso.
    Non è facile sopportare la tensione tra gli opposti ma riuscirvi vuol dire raggiungere un'evoluzione della consapevolezza, come sosteneva Carl Jung.
    Imparare a convivere con la propria Ombra, a corteggiarla, è in definitiva una sfida che durerà per tutta la vita.